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I 70 anni della TV Italiana

di Antonio Fugazzotto

La Rai − Radiotelevisione Italiana inizia oggi il suo regolare servizio di trasmissioni televisive”.

Sono andato a cercare negli archivi della Rai, ho facilmente trovato che con queste parole la mattina del 3 gennaio 1954 alle ore 11, la prima annunciatrice Rai Fulvia Colombo diede il via alle trasmissioni televisive regolari e giornaliere del Programma Nazionale, e poi snocciolando tutto il palinsesto della giornata di quella che sarebbe diventata la rete ”ammiraglia”, Rai Uno.

Dobbiamo registrare che il primo programma televisivo in assoluto si chiamava, ma pochi lo sanno, “Arrivi e partenze”, condotto da Mike Bongiorno e Armando Pizzo È stato il primo programma ad essere trasmesso dalla Rai dopo l’inizio delle trasmissioni ufficiali. È stato anche il debutto televisivo del regista Antonello Falqui. Va anche ricordato che la sera stessa andò in onda la prima puntata della “Domenica sportiva”, il più longevo dei programmi televisivi italiani, sicuramente il ,più popolare programma sportivo mai ideato e programmato della tv italiana.

Tutto questo proprio 70 anni fa, anche se la tv nazionale aveva iniziato i suoi programmi in modo sperimentale e avrebbe attraversato nei decenni successivi una serie di programmazioni evolute per arrivare fino ad oggi nello strepitoso campo del digitale e dell’intelligenza artificiale.

Un po’ di storia ci racconta che la nascita dell’Unione radiofonica italiana (la Radio) è del 1924 , per poi diventare Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche (EIAR) nel 1927, poi Radio Audizioni Italiane (RAI) nel 1944 e infine appunto Rai − Radiotelevisione Italiana nel 1954, con sede a Torino e con due mega impianti di trasmissione che coprivano circa il 36% del territorio e della popolazione dell’intero nostro paese. Ma quel segnale, che cominciava ad espandere la sua rete ad ampio raggio, trovava un’Italia che si lasciava conquistare ed abbracciare ma che si presentava come un paese povero e semianalfabeta che a stento si stava risvegliando dalle macerie della guerra.

Ma era anche però un paese che aveva in sé tanta voglia di rinascere e risorgere e l’apparecchio televisivo, che agli albori era assolutamente un bene di lusso, diede il suo importante e forse decisivo contributo a che tutto ciò si realizzasse.

All’inizio la tv fu anche e soprattutto una compagna affidabile e preziosa, basti pensare al maestro Alberto Manzi con il suo mitico “Non è mai troppo tardi” e al Telescuola che nel 1958 realizzò persino corsi di per i ragazzi che non potevano frequentare e che magari abitavano in zone disagiate. Poi solo negli anni successivi divenne ”cattiva maestra” come la definirà Karl Popper che ne colse uno sviluppo sempre meno rassicurante che negli anni andava perdendo quel prestigio ed affidabilità che la contraddistingueva nei primi decenni.

Ancora un po’ di storia: Il 4 novembre del 1961 nacque Rai Due, questa volta con uno storico annuncio di Rosanna Vaudetti, mentre per vedere i programmi di Raitre il vasto pubblico televisivo dovrà aspettare il 1979 dopo la grande
riforma del 1975. Una riforma che cambiò totalmente la fisionomia e il modello di governance nel suo rapporto con le istituzioni ( Governo e Parlamento). Due anni dopo la riforma, la fine del mitico Carosello mise la pietra tombale
sull’età dell’innocenza delle cene in cui tutta la famiglia si trovava davanti alla tv.

Fatta questa lunga e doverosa premessa più di carattere storico e di costume veniamo alla portata sociologica che l’avvento della tv ha implicato nell’evoluzione della società contemporanea di tipo postmoderno. Come sappiamo Mcluhan parla di villaggio globale. Una espressione affascinante e lucida che definisce gli effetti sociologici, appunto, dell’avvento dei media Radio e tv.

La domanda è di rito a questo punto. Si può parlare oggi di VILLAGGIO GLOBALE in un panorama in cui gli individui sono liberi e in grado di scegliere informazioni su misura per loro personale uso e consumo? Visto e assodato che l’interattività multimediale e la Rete permettono ormai da tempo tutto questo? Ma per comprendere meglio Mc Luhan e la sua famosa espressione “villaggio globale”, l’accostiamo al celeberrimo assunto il medium è il messaggio, sintesi di quella teoria che pone McLuhan su un virtuale piedistallo che lo pone come campione di originalità nell’analisi storica delle comunicazioni. Ci fa notare che ad esempio “L’elettricità rappresenta un messaggio radicale, permeante, decentrato, che si traduce nell’eliminazione di quei fattori di tempo e di spazio che condizionavano la nostra vita fino a ieri.

Questo è anche il messaggio fondamentale della radio, del telegrafo, del telefono, della televisione, dei computers: tutti mezzi che, al di là dell’uso che ne facciamo, dicono che spazio e tempo sono aboliti, quando si crea”. Certo l’umanità, facendo un passo indietro ha avuto passaggi cruciali che hanno contraddistinto la sua evoluzione. Basta dare uno sguardo all’epoca moderna e contemporanea. L’avvento e la scoperta del vapore hanno portato alla rivoluzione industriale nella seconda metà del settecento, la fantasmagorica scoperta dell’elettricità ha fatto fare all’umanità un altro grande passo in avanti alla fine dell’ottocento a cavallo col novecento. L’Avvento delle nuove tecnologie ci hanno portato ad una nuova portentosa comunicazione globale.

Ma ora l’intelligenza artificiale, che sta facendo grandi passi avanti conquistando spazi sempre più importanti in vari settori, è e sarà l’altra grande rivoluzione con la quale l’umanità dovrà confrontarsi. In mezzo a tutti questi passaggi epocali i grandi mass media sono apparsi sulla scena e nel corso dei decenni si sono fatti largo. Il mezzo è il messaggio. E’ una teoria o un assunto un po’ criptico ma che sta ad indicare che il vero messaggio che ogni medium trasmette è costituito anche dalla natura del medium stesso.