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Scusi gradisce un goccetto…medievale? Bevendo, musicando e ricordando per dimenticare…

L’Umbria è terra di Medioevo, ne trasuda in ogni angolo. Così una semplice passeggiata dopo cena con amici, nel centro di Nocera, si è trasformata nella scoperta di un’insolita bottega che espone -sopra a una botte – alcune ciotole di spezie.

Somiglia ad una taverna ed è sita nel suggestivo porticato laterale all’entrata della cittadina. Quest’ultimo è illuminato con calde luci gialle che ne aumentano il fascino. La vallata intorno è scura, ovviamente, e ci ripromettiamo di tornare a visitare Nocera di giorno. Essa, dopo il terremoto che nel 1997 la devastò, è stata interamente ricostruita e resa incantevole.

 

Entrando, capiamo che il nostro negozietto produce e vende un ottimo vino aromatizzato, l’ippocrasso, la cui formula affonda le sue radici, per l’appunto, nel Medioevo. Incuriositi, lo assaggiamo e, rapiti dalla particolarità del suo sapore, chiediamo al proprietario di parlarcene.

Lamberto Fusi, questo il nome del nostro nuovo amico di Nocera, ci racconta la storia: “L’Ippocrasso Nocera Umbra”. Ci spiega che è un vino aromatizzato che si basa su di un’antica ricetta risalente al Basso Medioevo, quando le rotte commerciali con l’Oriente erano ormai consolidate e le spezie originarie di quelle terre giunsero sulle tavole europee. Ma la formula primaria pare provenisse dagli antichi greci che lo denominarono volendo onorare il grande medico e geografo Ippocrate. La loro ricetta era una miscela di vino e spezie e si utilizzava come bevanda curativa. L’alcool contenuto nel vino, grazie alla macerazione delle erbe contenute, permetteva infatti di ottenere sostanze benefiche e quindi medicamentose. Purtroppo però la sola presenza di spezie dava al vino un sapore troppo forte e quindi poco gradevole. Si aggiunse, quindi, del miele in modo da renderlo più piacevole al palato.

Anche i romani adottarono la pratica di arricchire il vino con miele e spezie, il “mulsum”. Queste tecniche di fermentazione del mosto e di macerazione di spezie e piante venne trasmessa di generazione in generazione, fino all’epoca medievale e oltre.  Pensate che Luigi XIV (1643 – 1715) ne fu un grande estimatore, tanto da portare questo vino a grande fama e diffusione in tutta Europa. Oltre che sulle tavole dei nobili e dei regnanti (dove era servito sempre a fine pasto in accompagnamento a dolciumi e confetture), esso era prescritto come cura dai medici anche per la ”normale” gente del popolo. Nelle epoche successive, tale prodigiosa bevanda fu pian piano sostituita dal Vermouth o da distillati come l’Armagnac, il Cognac, il Brandy.

L’Ippocrasso Nocera Umbra si basa sull’ antica ricetta che utilizza cinque spezie:

  • Cannella
  • Chiodi di Garofano
  • Zenzero
  • Galanga
  • Pepe nero

Il sapiente bilanciamento della miscela, seguita da un continuo monitoraggio della macerazione, porta ad un prodotto dal sapore antico, particolarissimo, gustoso, che rimane nella memoria.

 

Servito gelato ha la caratteristica di cambiare sapore man mano che si gusta. Al primo sorso affiora il gusto della cannella e il dolce della bevanda; al secondo si apprezzano lo zenzero e la galanga, poi via via le altre spezie. L’ultimo gusto che resta in bocca a lungo è il piacevole pizzicore del pepe nero”.

Mentre il nostro neo-amico ce lo descrive, (complice il secondo sorso, o forse il terzo?…) immagino una scena “in taberna”. Vedo una riunione di goliardica convivialità tra giovani studenti, che sbevazzano e si parlano a voce alta (anzi alticcia…), alla maniera di quanto spesso descritto nel celeberrimi “Carmina burana”.

Per amore della divulgazione, ricordo che essi sono una raccolta di testi poetici dell’XI e XII secolo, prevalentemente in latino ma anche in tedesco, in provenzale e anche latino mescolato a queste lingue. Essi furono ritrovati nella biblioteca di quello che era l’antico Bura Sancti Benedicti (oggi Convento di Benediktbeuern), in Baviera. I “Carmina burana” (così chiamati dallo studioso che li scoprì) erano contenuti in un importante manoscritto facente parte di in un codice del XIII secolo, scritti su fogli di pergamena e decorati con otto miniature. Sembra che fossero destinati al canto, ma gli antichi amanuensi non riportarono la musica di tutti.

Così, solo per alcuni di essi è stato possibile ricostruirne le melodie. Gli argomenti trattati erano quanto mai vari: satirici e moralistici, sacri, amorosi, conviviali e bacchici. Questi ultimi ad alto contenuto erotico e non privi di frequenti blasfemie. La grande popolarità di cui i ”Carmina burana” godono oggi, si deve al musicista tedesco Carl Orff che, tra il 1935 e il 1936, compose l’omonima opera teatrale, utilizzando alcuni testi del manoscritto ma con musiche da lui create ex novo.

Da allora sono seguitissimi e divenuti famosi in tutto il mondo. Vietato non averli ascoltati almeno una volta, e se ancora “ve mancano” provvedete quanto prima!

Sappiamo che il vino era la bevanda principe del Medioevo. In quel tempo la sua produzione si doveva in gran parte ai conventi. Inizialmente fu per necessità legate alla Messa (è il simbolo liturgico del sangue di Cristo), poi questa attività divenne una delle più redditizie per i monaci, che trasformarono questi luoghi di preghiera in veri e propri centri di produzione vitivinicola.

Nel Medioevo esistevano tre tipologie di vino:

  • il vino vero e proprio, di prima qualità, che potevano permettersi soltanto i più ricchi. Esso era ottenuto con una leggera spremitura che dava un succo naturale e corposo.
  • il vinello, ottenuto dalla seconda spremitura e che aveva una qualità inferiore. Probabilmente esso veniva consumato dal clero.
  • l’acquerello, ricavato aggiungendo acqua alla poltiglia delle vinacce, che era destinato ai più poveri.

Poi, come nel caso dell’ippocrasso, per rinforzare gli aromi si aggiungevano spezie varie. Per poter essere conservato (fino a tre o quattro anni) il vino ottenuto veniva bollito, pena la perdita dei tre quarti della sua qualità.

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