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Rachmaninoff e il suo suggestivo e ammaliante “vocalise”

di Emanuela Mari

Sergej Vasil’evič Rachmaninov (o Rachmaninoff a seconda della traslitterazione) è, da sempre, uno dei miei compositori preferiti. Quest’anno ne ricorre il cento cinquantenario dalla nascita. Mi auguro, quindi, che nonostante le tristi vicende europee che ci accompagnano da mesi, siano organizzate tutte le iniziative possibili volte a celebrare degnamente la sua personalità e la sua vasta produzione. Oltre che compositore fu anche, e soprattutto, pianista e direttore d’orchestra.

Nacque in Russia, ad Onega, Velikij Novgorod, il 1º aprile 1873, e morì a Beverly Hills il 28 marzo 1943, naturalizzato statunitense. Condusse una vita complicata, anche a causa delle tragiche vicende storiche a lui contemporanee. La rivoluzione russa, che nell’Ottobre del 1917 causò l’uccisione della famiglia imperiale dei Romanov e il sovvertimento della situazione politica, lo costrinse a trasferirsi negli USA.

Malgrado i suoi lavori ottenessero in America notevoli successi e gradimento di pubblico, il suo temperamento complesso e inquieto, gli impegni di lavoro, fecero sì che egli trasferisse la sua dimora più volte e in diversi Paesi.  Nonostante ciò, Rachmaninoff portò con sé fino alla morte il dolore del distacco dalla terra d’origine, la sua amata Russia. Lui stesso dichiarò di sentirsi sempre un fedele suddito dello zar, e questo gli causò un sistematico boicottaggio da parte del regime sovietico.

Lasciando da parte le numerose opere pianistiche, strumentali e per orchestra, in questo articolo vorrei soffermarmi sulla sua produzione vocale (altrettanto vasta) e, in particolare sul “Vocalise”, facente parte delle 14 Romanze per canto e pianoforte (Fourteen songs op.34). Bellissime e di grande lirismo, furono composte, per la massima parte nel 1912.

Riguardo ai testi, si affidò all’amica scrittrice Marietta Shaginya, chiedendo che ne reperisse di tristi e malinconici, perché “i toni allegri e brillanti non mi riescono facili”. La scrittrice, allora, gli sottopose una raccolta di poesie russe del periodo romantico.

Anni più tardi, precisamente nel 1915, Rachmaninoff aggiunse l’ultimo brano, il celebre VOCALISE, per il quale preferì non avvalersi di nessun testo, e che dedicò al soprano Antonina Neždanova.

“VOCALISE” perché si tratta effettivamente di un lungo vocalizzo da eseguirsi su una vocale a scelta del cantante (fu scritto per soprano o tenore). La composizione, di una bellezza struggente, ci trasporta in un mondo emozionale che spesso ritroviamo nella musica rutena, costituito da una profonda, quasi

Ineluttabile, malinconia. L’anima russa che parla attraverso la maggioranza degli artisti, specie nel XIX e XX secolo, esprime una spiritualità la cui essenza è fatta di spazi immensi e spesso inospitali, di solitudine, di preghiera, a volte di disperata tristezza. Quell’anima russa, che, attraverso la musica, ha saputo trasfigurare anche le miserie umane così crudamente descritte nella letteratura, sublimandole in divine sensazioni. Traspare la sofferenza, ma anche un’interiore, fiera regalità, caratteristica di un grande popolo.

La scelta dell’assenza di testo crea arabeschi di suono che danno al brano un’atmosfera unica, immateriale, impalpabile, toccante. Si percepisce una leggera aura di foschia che si distende su una vallata senza confini, a tratti più densa, poi più evanescente. Cantarlo senza lasciarsi trasportare dall’emozione, che chiude la gola e fa uscire le lacrime, non è facile.

L’utilizzo della vocale dall’inizio alla fine, (senza le consonanti che in un certo senso riconducono a un che di solido, di materiale), fa sì che il suono nasca sempre dalle viscere, attraversi il corpo raccogliendone gli armonici, ed esca accorato, vibrante e profondo.

Pur essendo in origine per pianoforte e soprano o tenore, la composizione è divenuta celeberrima, tanto da avere una quantità notevole di trascrizioni, anche per mano dello stesso autore. Particolarmente interessante quella per solo theremin della virtuosa lituana Clara Rockmore. Questo brano, infatti, si adatta benissimo al suono triste e lamentoso di questo particolare strumento elettrico. E’ il più antico che, per l’emissione del suono, non preveda il contatto fisico con l’esecutore.