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Lunedì passato dev’essere stata proprio una cattiva giornata per me e per questa rubrica. Poco dopo aver sciorinato idee sul calcio femminile e sulle scelte linguistiche, nemmeno fossimo a un incontro con Michela Murgia, e nello sport nazionale e non solo, è successo di tutto. Dybala che va alla Roma, Bremer promesso sposo dell’Inter che d’improvviso si accasa alla Juventus, il Tour de France che si accende con il duello tra Vingegaard e Pogacar. Sul bellissimo gesto deamicisiano dal danese non saprei cosa dire oltre ai complimenti, non ho le qualità di Gramellini.

E anche tante altre cose, tra cui i Mondiali di atletica ad Eugene. Non Marcell Jacobs, di cui abbiamo già parlato sinteticamente, non Filippo Tortu che prima viene dato finalista e poi no… abbiamo visto male. Non il numero esiguo di medaglie, ma dopo Tokyo siamo in debito per un decennio, almeno. Immagino che qualcuno ci sia arrivato. Parliamo di Nicholas James Ponzio, per tutti Nick Ponzio.

Il 15 giugno 2021 Ponzio ottiene la cittadinanza italiana e poi partecipa ai Giochi olimpici di Tokyo 2020 lanciando 20,28 m non superando le qualificazioni.

Vani i miei riti voodoo per sperare che nessuno ne parlasse. La resistenza e la resilienza sono state davvero brevi. Ne ha parlato Il Post, ne ha parlato Il Fatto Quotidiano, se ne è occupato Salvo Sottile, per non parlare delle pagine comico-satiriche. Nato a San Diego, in California, annata 1995, è statunitense di origini italiane, poi naturalizzato azzurro. Gareggia nel getto del peso, che erroneamente viene spesso chiamato lancio. Capigliatura e baffetti che richiamano Diego Abatantuono nella sua annata d’oro del 1982, all’epoca del “terrunciello” e dei sette film. Fascetta in stile Tommaso Paradiso dei giorni migliori di ispirazione.

La particolarità e la simpatia di Ponzio ha divagato nel web, che gli ha dedicato una miriade di meme

L’entrata in pista è molto simile a quella dei wrestler, con tanto di primo piano della telecamera mentre sfoggia i suoi baffi. “Ora mi merito una bella cena, tra le 12mila e le 14mila calorie. Papà mi ha insegnato che non si lascia nulla nel piatto”, questa è la frase che tutti attendiamo che finisca in qualche meme o che venga pubblicato a piè sospinto come frase celebre su alcuni importanti pagine social di molti giornali. Quando vedo cose di questo tipo, purtroppo sono pessimista.

Nel cervello procede rapidissimo questo ragionamento: ma non è che è tutta scena e che questo qui è un brocco di quelli clamorosi? In questo caso no. Al momento Ponzio non è un drago, ma a quei livelli ci può stare, come dimostra la conquista della finale e il nono posto messo in cassaforte. Ma nemmeno da mettere in naftalina. Proprio mentre scrivo mi viene in mente un episodio epico del getto del peso.

Olimpiadi di Londra 2012: il tedesco Robert Harting si conferma re del lancio del disco ed esplode nella sua esultanza, strappandosi la canottiera di dosso. Niente di inatteso, infatti il suo soprannome è Hulk. Il discobolo mostra tutta la sua felicità e la sua goliardia. Tutto ok, grazie mille, arrivederci. In pista stanno per entrare i finalisti dei 110 metri ostacoli, gara molto difficile ed ad alto rischio infortuni. Atmosfera in stile Momenti di gloria, luci soffuse, è tutto pronto. Ma a un certo punto si vede Harting che si lancia in pista e inizia a correre come se la finale la dovesse fare lui. Il tedesco dura due ostacoli, poi rischia di sfracellarsi. In un certo senso è una fortuna: se avesse continuato, credo che la cerimonia di premiazione l’avrebbero fatta al pronto soccorso.

Poche volte ho riso di gusto come in quella circostanza, ma tanto credo di aver postato il video. Ma un’altra domanda che mi viene in mente, al di là delle risate, è: l’importanza mediatica di uno sportivo può essere superiore alla sua importanza reale, sul piano tecnico? Un esempio limpido possiamo farlo con Harting e anche con l’amico Ponzio. Quante persone li hanno conosciuti attraverso il modo estroverso di porsi e non per i risultati? Sicuramente in tanti, qualcuno avrà capito a malapena di che sport si parlasse.

Paulo Henrique Chagas de Lima, meglio noto come Ganso, è un calciatore brasiliano di 32 anni, attualmente centrocampista della Fluminense.

Quante volte, soprattutto nel calcio mercato, abbiamo sentito parlare per giorni e giorni di campioncini che dovevano diventare nomi importanti del panorama calcistico? Una marea. E quante volte si sono trasformati in atleti di successo. Decisamente meno, a volte sono stati incensati brocchi con tanto di certificato. Uno me lo ricordo subito. Era l’estate del 2011 e non si faceva altro che parlare del trequartista brasiliano Ganso. Tecnicamente di valore, ma lento come il traffico all’ora di punta, il Milan voleva assicurarlo a Massimiliano Allegri.

Non se ne fece nulla, ma in quell’estate se ne parlò molto di più rispetto ad un altro talento brasiliano che non riempiva così tanto le pagine dei giornali. Un certo Neymar. E chiudo tornando a settimana scorsa. Quanto abbiamo sentito “pompare” le ragazze della Nazionale di calcio femminile? Tanto, decisamente troppo. E si sono visti i risultati. E soprattutto i cocci. Ogni cosa a suo tempo. Prima seminiamo, poi passiamo il diserbante (come ci invita a fare l’agricoltura moderna) e quindi raccogliamo i frutti.