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C’era una volta il teatro, c’era una volta l’uomo.

di Emanuela Mari

Parlare di teatro potrebbe sembrare banale ma non è così. Il teatro è una cosa molto seria perché si entra immediatamente in un mondo infinito, un po’ reale, un po’ fantastico, fuori spazio e fuori tempo. Qui l’aspetto più profondo, segreto – direi fanciullesco – dell’uomo si esprime senza veli. Soffermiamoci proprio sul termine “fanciullesco”. Gigi Proietti diceva che “gli attori hanno il privilegio di continuare i giochi d’infanzia fino alla morte perché il teatro li replica tutte le sere”.

Di sicuro il teatro accompagna l’uomo da quando egli mise piede su questo Pianeta, e non morirà fino a che l’uomo esisterà.  Vittorio Gassmann, altro gigante, diceva che “Il teatro è una zona franca della vita. Lì si è immortali”.

Citazioni di grande profondità da parte di coloro che fecero del teatro parte determinante della loro vita e che, quindi, ne sapevano qualcosa…

Il cinema, se fatto bene, è arte; la televisione è un fatto sociale, è compagnia, divulgazione, tutto quello che volete, ma il teatro è vita. Lì, vuoi o non vuoi, esce fuori l’uomo messo a nudo, con il suo bene e il suo male. Sempre.

Tornando a quanto diceva Proietti, chi fa teatro perpetua, inevitabilmente, l’istinto che abbiamo tutti fin da bambini: il travestimento, l’imitazione, il protagonismo, il piacere di essere un altro, di immergersi nel mondo della fantasia come attore protagonista. Probabilmente la crisi del teatro cui stiamo da tempo assistendo (questo è un mio pensiero) parte dall’infanzia.

Sicuramente dipende anche dall’appiattimento della cultura e della conoscenza delle materie umanistiche, ma, di fatto, oggi i bambini non giocano più a fare i bambini! Non sono più capaci di ricreare situazioni di vita immaginarie da condividere con gli amichetti. Il massimo della loro fantasia si esprime all’interno di mondi virtuali preconfezionati, spesso mostruosi o che devono creare angoscia per poter far loro sentire le emozioni, anch’esse provocate artificialmente. Il bimbo (o il ragazzo) è passivo (o fintamente attivo) perché sempre pilotato, anche se lui non lo percepisce. Si è perduto nei giovani quel “getto” d’istinto che sgorga diretto da una fantasia pulita, trasparente, “bianca”.

Quel “friccicore” (chi se lo ricorda?) di quando si inventavano insieme situazioni, ruoli, favole, con costumi trovati nei cassetti di mamma e papà. Eravamo attori e spettatori felici di situazioni imitate dalla vita quotidiana. E ne uscivamo sempre soddisfatti e arricchiti perché erano storie cariche di concreta energia vitale, che stimolavano i neuroni della creatività.

L’iper educazione all’immagine all’interno di uno schermo ha avuto come conseguenza (tra l’altro) il non sapere godere della presenza “viva” di chi ci è accanto, dell’attimo di vita che ci passa sopra…Nel caso specifico del teatro, dell’artista che sta lì davanti a te, e con te vive emozionalmente quella storia, quel momento, quella scena. Si preferisce il cinema degli “effetti” che sanno ricreare quelle emozioni artificiali cui ci hanno abituato. Come accennavo, pare che per poter provare qualcosa di soddisfacente e tangibile ci si debba spaventare inorridendo davanti a scene macabre o violente. Io non ho nulla contro il cinema… E’ una forma d’arte estremamente nobile e molto affascinante, ma è un’altra cosa!

Ora come ora molti giovani (e non soltanto) non sono più in grado di ascoltare con attenzione chi parla davanti a loro.

Di provare il piacere della calma, la pacifica emozione della bellezza, dell’armonia, dell’allegria (e non dell’isteria…). Figuriamoci condividere emozioni e sensazioni con chi è su un palco! Restano indifferenti, poco partecipi, si annoiano. Essere approdati al mondo artificiale anche nella sfera emotiva è terribile, quanto di più tragico e pericoloso per l’equilibrio interiore delle future generazioni!

Nel teatro ci siamo noi, c’è ognuno di noi! Basti sapere (e pochi lo sanno) che il termine deriva dal greco antico, e significa “come Dio corre, come Dio si fa davanti al popolo, come Dio si manifesta nell’uomo”. Il che la dice chiara sull’importanza che esso aveva in quel mondo che fu il cardine della civiltà occidentale e che insegnò anche al mondo romano, il conquistatore del mondo. Quella civiltà che, attraverso il teatro, raccontava il divino presente nell’uomo e fuori dall’uomo. Peraltro, a mio avviso, in modo superiore – e di molto – alla concezione cristiana.

E ancora, attraverso il teatro faceva formazione e costruzione delle coscienze di uomini e cittadini equilibrati all’interno della democrazia, garanzia di benessere per lo Stato.

Anche nel mondo cinese ed egiziano esisteva un teatro musicale fatto di suoni, canti, danze in cui si celebravano le divinità e che era un fondamentale momento di rinforzo del sociale, della coesione tra i suoi componenti.

La verità è che, dal punto di vista umano, siamo – ahimè -tremendamente involuti!

E’ divenuto improrogabile e indispensabile, dunque, rifondare una scuola e un’educazione che investano maggiormente sull’insegnamento delle materie umanistiche. Che restituiscano ai giovani la regolare pratica del teatro, dell’educazione musicale e artistica, discipline che rivestono da sempre una fondamentale e imprescindibile importanza sullo sviluppo della personalità. Che diano coscienza dell’unicità di ciascuno, della propria interiore bellezza attraverso un’umana espressione di se stessi. Meno mondi virtuali nelle mani dei bambini e dei ragazzi, più azione diretta di vita. Quanti problemi e disadattamenti giovanili risolveremmo? Infiniti!

E’ un discorso enormemente complesso, certamente, ma nascondere la testa sotto la sabbia non risolve il problema. Prendiamone coscienza, iniziamo a fare qualcosa!

Oltre a pensare alla plastica nell’ambiente, leviamo quella che ha tragicamente avvolto le menti e i cuori degli umani…

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