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Che futuro attendersi per la nostra Italia? Un acuto confronto viene proposto rispetto agli altri Paesi che vengono considerati più “virtuosi”.

di Riccardo Bramante 

In questo periodo di lotta alla pandemia da Covid -19 siamo sommersi da una serie continua di notizie, dati, percentuali e confronti con altri Paesi considerati più “virtuosi”, come gli USA e Israele, per i loro numeri nel complesso più favorevoli rispetto all’Italia.

Italia – Israele: due paesi a confronto


Ma, al di là delle modalità di intervento della gestione politica del fenomeno, nessuno dei media sembra aver preso in considerazione che possano esservi anche aspetti sociologici e strutturali che possono aver inciso sullo sviluppo dell’evoluzione pandemica.
Prendendo, ad esempio, il confronto tra Italia e Israele non può non notarsi come in quest’ultimo Paese, nonostante la modernizzazione dell’economia e l’evoluzione dei costumi, sia rimasto in occidente l’unico in cui prevale ancora la dimensione collettiva su quella individuale; ne sono testimonianza le esperienze “socialiste” dei kibbutz, la mobilitazione permanente dei suoi cittadini a difesa della sicurezza interna ed esterna e, soprattutto, il rispetto delle decisioni assunte dai loro governanti.
Al contrario, la società italiana è una società profondamente individualista, contraria alle regole, anarchica e scarsamente sensibile al richiamo dell’interesse collettivo; lo vediamo anche oggi nel gran numero di persone contrarie al vaccino per motivi più o meno personali ma comunque poco rispettosa della salute altrui e sempre pronta a contestare le decisioni assunte dal Governo.
Anche da questo diverso atteggiamento collettivo deriva probabilmente la differente evoluzione della campagna vaccinale che in Israele ha già portato ad iniziare il richiamo con la terza dose mentre in Italia siamo ancora a circa il 72% dei vaccinati con due dosi.


Altrettanto in antitesi tra i due Paesi in esame è un altro fattore che, sia pure indirettamente, incide sull’andamento della battaglia contro l’epidemia: la cultura del lavoro che in Israele trova piena e incondizionata adesione favorita anche da una società prevalentemente in età giovanile e con un tasso di fertilità ai primissimi posti nell’ambito del mondo occidentale. Tutto il contrario dell’Italia in cui l’età media della popolazione è alta, con scarsa natalità e altrettanto scarsa propensione al lavoro (ne è un esempio il fallimento dell’avviamento al lavoro dei tanti disoccupati che preferiscono usufruire dei pur ridotti bonus assistenziali pur di non cercare in vero lavoro).
Ne consegue che è ben più difficile procedere ad una efficace e rapida campagna vaccinale quando si è costretti a ricorrere all’individuazione “porta a porta” dei singoli vaccinandi piuttosto che trovarli già raccolti in una azienda o società.


Tuttavia, guardando oltre la situazione contingente di pandemia che attualmente viviamo, molti dei segnali sopra ricordati fanno temere che il relativo benessere a cui siamo arrivati ci abbia fatto rinunciare a qualunque altro progresso e, in più, la circostanza che si lavori poco, lungi dall’essere giudicato come una conquista (questa era l’opinione di Marx, di Keynes e di Russell) non abbia anche il suo risvolto negativo nella sostanziale inerzia, soprattutto tra i giovani, a cercare la creazione  di nuove fonti di reddito, adagiandosi nella mentalità del “carpe diem” nella presunta consapevolezza che il futuro forse non sarà migliore del passato e che l’ascesa sociale, un tempo legata allo studio e al lavoro, ora si riduca alla speranza di una vincita al lotto o alla partecipazione di un programma di quiz in tv.